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Pedodonzia e sadazione cosciente

pedodonzia e sedazione cosciente

Stavamo cenando beatamente, ed io portavo alla bocca una fetta succulenta di arrosto, quando mia moglie si alza e dice: “Devi portare il piccolo Manlio dal dentista”

Ed ecco allora che il piccolo Manlio inizia a saltare di gioia, neanche gli avessimo promesso una giornata intera alle giostre.
“Mamma, mi daranno la mascherina?” questa la sua domanda principale, sputata li tra sorrisi di gioia e giubilo.
“Ma di cosa parla?” chiedo alla mia signora.
“Dell’anestesia, l’ultima volta gli hanno fatto l’anestesia…quella nuova, come si chiama?”
“Anestesia nuova? Bah, non ne ho idea…Ma ti pare normale che un bambino si esalti per un’anestesia? Cos’ è un tossico? Comunque d’accordo, domani ce lo porto”.

Così sono tornato al mio arrosto, ma solo apparentemente, poiché la reazione di mio figlio mi aveva colpito profondamente, tanto da farmi tornare alla mente la mia infanzia, i miei problemi con i denti, mio padre… Mio padre lasciava la porta del bagno aperta mentre si radeva, ed io e mio fratello ogni tanto spiavamo quello strano rituale.
Avanzavamo per il corridoio e ci appostavamo proprio di fianco alla porta spalancata. Quel lungo corridoio sembrava imprimere con il suo silenzio un aura misteriosa a tutta la vicenda. A ripensarci oggi, mi impressiono sempre molto delle capacità d’immaginazione nel periodo dell’infanzia, che sono in grado di trasformare il semplice gesto del radersi in chissà quale misterioso e magico evento. Ma c’erano anche occasioni molto spiacevoli che si presentavano ogni qualvolta un dente da latte iniziava a ballare nella mia bocca. Infatti in quei casi mio padre, dopo la rasatura abituale, mi chiamava con la sua voce grossa, e diceva sempre “Vieni qui ragazzo, fammi vedere un po’ quel dente!” Era l’inizio. Allora io guardavo mia madre, sperando che mi prendesse all’istante in braccio per portarmi lontano, in silenzio, senza farsi accorgere, io lei e il mio dente traballante. E invece no, abbassava la testa ed evitava di guardare i miei occhi supplicanti.
Così mi alzavo in piedi e percorrevo il lungo corridoio, molto lentamente, su passi incerti, con fare restio. Il tempo di fare capolino dalla porta e già lo vedevo, il volto pulito da ogni peluria e l’espressione seria.
Mi guardava e faceva un cenno con il capo, come per dire “entra!”.
Ed io entravo.
“Spalanca la bocca, su”.
“Papà, però non mi toccare il dente che mi fa malissimissimo!”
“Ok”
E pieno di fiducia spalancavo la bocca. Lui esaminava, avvicinava un po’ la punta del dito al dente e mi guardava in modo rassicurante. Io mi fidavo della sua benevolenza e socchiudevo gli occhi. Poi d’improvviso BAM!
Pressione secca del dito sul dente ballerino, dolore improvviso lancinante e infine il sangue, il sangue che correva insieme all’acqua scrosciante del lavabo e si intrecciava ad essa nel vortice dello scarico. Poi lacrime, odio per mio padre e senso di sfiducia verso il mondo. Come un allarme naturale, i miei pianti facevano subito accorrere mia madre, che recuperava il dente da terra e me lo mostrava soddisfatta “Hai visto, è stato veloce no?”
”Vi odio, vi odio tutti…chiamerò la polizia!!”
“Su dai dai, vallo a mettere subito sotto il cuscino e vedrai che domani la fatina dei denti ti lascerà un soldino”, e così mi accompagnava a letto, piena di amore e comprensione per quel suo figliolo recentemente tradito. Di solito la notte la passavo quasi del tutto insonne.
Volevo vederla la famosa fatina, questa strana contrabbandiera di denti da latte. Com’era fatta, da dove entrava, aveva un listino prezzi preciso o lasciava sempre la stessa somma, queste erano le domande che più mi affliggevano. Ma la notte è lunga per i bimbi, e il sonno dopo qualche ora di veglia sopraggiungeva in tutta la sua potenza. Al mattino poi eccomi rintronato ad osservare stupefatto la moneta da cinquanta lire trovata sotto il cuscino.
Cinquanta lire per un incisivo superiore, puah…davvero una grande delinquente questa fatina!
L’avrei davvero voluta denunciare, o roba del genere…

Questo più o meno era il mio rapporto con l’odontoiatria casalinga, fatta di menzogne, fiducia mal riposta e favole incredibili. Ora, con mio figlio incappato nei miei stessi problemi, mi ero convinto di dover assumere con coraggio il ruolo del padre. Cosi, mentre mi radevo, lo chiamai a me: “Si, pà…”
“Fammi veder un po’ quel dente?”
Spalancava la bocca e mi guardava con occhi amorevoli, tranquilli. Mentre appoggiavo il dito sul suo dente, quegli occhi continuavano a guardarmi fisso, senza perdermi mai di vista.
“Ora, fallo ora!” diceva la voce di mio padre nella mia testa.
Premevo lievemente, e gli occhi di Manlio iniziavano a riempirsi di dolore e sorpresa. Sembravano supplicare e accusare allo stesso tempo. Dovevo farcela, dovevo trovare il coraggio.
Però poi, alla prima lacrima, rinunciavo: “Su, domani si va dal dentista”, e al diavolo i doveri di padre!
Allo studio medico non c’era molta fila, e tutti i bambini in attesa sembravano stranamente felici e calmi. Eppure ricordavo ben altri scenari nelle sale d’aspetto dei dentisti: finti svenimenti, isteria, tentativi di fuga, depistaggi ecc ecc.
Appena entrato, mio figlio iniziò a correre, gettandosi letteralmente sulla poltrona medica. Il dentista esaminava il caso, mi mostrava il dente traballante ed una piccola carie comparsa su uno dei molari.
Iniziava intanto a sterilizzare i suoi ferri e a prepararsi per l’operazione.
Mio figlio Manlio era l’immagine della calma.
D’improvviso ecco svelato l’arcano: una mascherina, un piccolo aerosol collegato ad uno strano macchinario che mi faceva pensare al robot di Guerre Stellari, quello piccolo che non parla mai ma si esprime comunque attraverso cicalini vari.
Il dentista, visti i miei occhi spalancati, mi illuminava su quest‘ultimo gioiellino della tecnologia. Serviva in pratica per erogare una particolare miscela di azoto ed ossigeno, al fine di farlo inalare al paziente.
Una tecnica sedativa insomma, che lui chiamava sedazione cosciente.
E in effetti Manlio, una volta respirato a fondo nella mascherina, cominciava ad assumere espressioni di pace. Era calmo e i suoi occhi restavano aperti.
“Dottore” dissi ”si fermi con quel trapano, non vede che è ancora sveglio?”
“Hahah, non si preoccupi, è normale…si chiama sedazione cosciente di proposito. Il paziente resta sveglio quel tanto che serve per renderlo collaborativo ai fini della buona riuscita dell’operazione. Ma non sente nulla, non si preoccupi. Vede, le operazioni sono molto meno complicare ora”.

Così me ne restavo li, intento a guardare il tutto, stupefatto si, ma anche contento che il progresso tecnico avesse fornito la possibilità di creare un macchinario come quello. Lo avrebbero dovuto dare in dotazione a tutti, pensavo, da usare nei giorni di stanchezza, di rabbia, di noia.
Una bella inalata e via! Manlio nel frattempo non faceva un fiato, eppure il trapano agiva sui suoi denti da 10 minuti buoni.
Ruotava gli occhi, mi vedeva, sembrava concentrarsi come per dire qualcosa e poi niente, sguardo vacuo, rilassato, beato.
Chissà cosa gli passava per la testa, chissà in quale strano dormiveglia si trovava, quale fantasia l’aveva ghermito dolcemente.
“Effettivamente questa anestesia è perfetta per i bambini” dissi grato al dottore ” Lo guardi, sembra dormire ad occhi aperti.
Chissà a cosa starà pensando ora?” “Alla Fatina” rispose bonario il dentista, “forse pensa alla fatina dei denti…”
Già, la fatina. Così mi avvicinai all’orecchio di Manlio e gli sussurrai piano
“denunciala figliolo, denunciala”, conscio ormai che spesso la realtà può essere davvero migliore di qualsiasi fantasia.
E adesso si cercasse un vero lavoro, la fatina!.


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